La storia

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Se l'attuale complesso di San Pietro al Po, costituito dalla parte monastica del chiostro maggiore e minore, quasi totalmente conservata, e dalla chiesa, è cronologicamente riferibile al pieno Cinquecento, la sua storia inizia molto prima, in età medioevale e si lega ai nomi di Edina ed Ardingo, due pii coniugi ai quali si deve nel 1064 una donazione tanto munifica da consentire la realizzazione, entro le mura cittadine, di ben sette chiese compresa appunto quella di San Pietro.Come ancora oggi segnalato dal forte dislivello presente tra la piazza antistante il sagrato e la via sottostante, la chiesa sorse sull'antica sponda del Po che all'epoca scorreva più vicino alla città e questo particolare aspetto geologico trova conferma nel precoce arrivo dei Benedettini, esperti idraulici e autori di grandi opere di bonifica, a cui nel 1068 fu affidato il nuovo edificio religioso. Del periodo benedettino i documenti non rivelano molto e così, dopo che nel 1071 il primo abate ottenne da papa Alessandro II che il monastero venisse sottratto alla giurisdizione episcopale, si giunge al 1439 quando l'ultimo abate di quell'ordine decise di cedere chiesa e monastero, bisognosi di urgenti restauri, alla Congregazione dei Canonici Lateranensi come confermato da un accordo approvato da papa Eugenio IV. Al nuovo ordine si deve un primo ampio rifacimento della chiesa, il cui aspetto, almeno per quanto riguarda la facciata, ci è stato tramandato da una delle tarsie del coro del Duomo di Cremona, opera eseguita da Giovanni Maria detto il Platina tra il 1483 e il 1489. Nella tarsia la facciata, vista di scorcio, presenta elementi stilistici tipici di Bernardino De Lera quali il nitore delle superfici tripartite dai pilastri e sottolineate dalle sobrie cornici ed i rosoni di tradizione lombarda che rimandano alla facciata della chiesa di San Sigismondo attribuita proprio a questo architetto; questo collegamento stilistico è del confermato anche dalla planimetria interna che, a detta dello storico Bresciani, presentava all'epoca una navata unica con cappelle laterali comunicanti come appunto ancora visibile in San Sigismondo.

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L'attuale facciata e l'intera chiesa è, però, il frutto di un ulteriore rifacimento cinquecentesco che fu, secondo i dati documentari sinora rintracciati, piuttosto complesso ed attuato in più fasi, ma che ebbe come elemento propulsore un personaggio di cultura e prestigio, quel Colombino Ripari che, dal 1549 al 1570, data della morte, ricoperse più volte la carica di abate di San Pietro. Per questo importante intervento di rinnovamento, già in atto nel 1555, Ripari scelse l'impianto a navata unica con volta a botte e cappelle laterali, con presbiterio nettamente separato, seguendo perciò le proposte di riforma più avanzate sostenute da vari ordini monastici a metà Cinquecento come conferma l'accordo steso il 23 agosto 1563 tra lo stesso abate e il capomastro mantovano Agostino da Covo. Il 6 gennaio 1573, però, un improvviso e drammatico crollo di tutta la volta della chiesa mise in discussione l'intero progetto e così il nuovo abate Eusebio, in data 7 maggio, ordinava ai capomastri Antonio Torre, Nicola Noce e Francesco Capra la demolizione completa della facciata, delle pareti e delle volte delle cappelle smantellando gran parte del precedente edificio per dare spazio ad una nuova struttura a tre navate realizzata tra il 1573 e il 1575. I Canonici Lateranensi ressero la chiesa sino al 1782 quando, all'atto della loro soppressione, vennero chiamati in loro vece i Carmelitani Neri della chiesa di San Bartolomeo (oggi scomparsa, ma all'epoca collocata su corso Vittorio Emanuele II al posto del complesso di edifici dell'Intendenza di Finanza) che, però, vennero a loro volta soppressi sei anni dopo, nel 1788, lasciando il posto dapprima ai Barnabiti e, poi, ai Signori della Missione. Infine nel 1808 la chiesa di San Pietro, a cui il Vescovo aveva nel frattempo attribuito anche la cura d'anime della vicina chiesa di San Giorgio sconsacrata e poi demolita, divenne ufficialmente parrocchia.